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mercoledì 29 agosto 2012

Forse sarebbe meglio un po' più di mistero

Sarà che sto crescendo, maturando e tutte quelle belle cose che gli adulti dicono ai ventenni, ma è un periodo che un po' tutto mi sa di già visto e la prevedibilità generale di molte delle cose che mi circondano mi annoia a morte.
Meditando su questo assunto ho riflettuto un po' su Facebook.
Vorrei rimuovere il mio account ma ora come ora non lo vedo possibile, e perchè mi permette di comunicare con gente con cui altrimenti non comunicherei, e perchè mi permette di guardarmi le foto della mia ragazza senza dover intasare la cartella immagini del pc, e perchè ho bisogno ogni tanto di un po' di sano esibizionismo.
Perchè rimuovere il mio account?
Perchè fondamentalmente Facebook mi annoia.
E dire che Facebook mi annoia equivale a dire che mi annoia la gente che lo popola, dato che il social network di base è un contenitore vuoto.
Le mode che passano e che vanno, i demotivational che poi diventano meme, i 30-giorni-di che poi diventano le fiabe personalizzate, tutti che si fanno lo stesso genere di foto, le finte polaroid di instagram, le frasi fatte, gli inviti a cose che non ti interessano, gli scocciatori che sembra che ti tengano le poste quando ti connetti, un sacco di gente che dice stronzate, troppa poca gente interessante e... insomma...
io ho questo tratto del mio carattere, che guardo con sguardo clinico le cose che ho intorno, le inquadro, e quando succede è la fine perchè quando comincio a prevederle, mi sembrano ripetitive ed è un attimo che mi vengano a noia.
Facebook è una sorta di diario segreto aperto a tutti.
Noi ragazzi mettiamo a nudo i nostri sogni, i nostri ricordi, le nostre passioni su quel coso.
E mi è venuto da pensare che se qualche anno fa mi esaltavo di fronte a qualcun altro che conosceva gli Street Sharks perchè scoprivo di non essere l'unico, ora grazie a FB abbiamo scoperto che siamo proprio tutti uguali, che nessuno è unico per un cazzo. Che tutti quelli della mia generazione hanno fatto più o meno le stesse cose, hanno gli stessi ricordi, giocavano con gli stessi Pokèmon e via dicendo.
E sì all'inizio mi esaltavo per sta cosa... ma più ci penso e più trovo che sia agghiacciante.
E se uniamo tutto ciò al fatto che sempre più spesso capita di essere logorroici sulla rete e semimuti in società la sensazione sgradevole si intensifica.
Forse sarebbe meglio un po' più di mistero, da parte di tutti.
Così che conoscere le persone, al di là dello schermo, ridiventi un'attività più interessante; e nel dirlo penso alla generazione dei nostri genitori, una schiatta di perfetti sconosciuti a cui il mondo ha regalato la magia di scoprirsi l'un l'altro da zero.
Forse ci sarebbe più gente unica e meno gente omologata.
Forse il mondo mi risulterebbe meno prevedibile e la gente più interessante.

venerdì 22 giugno 2012

L'essenza della felicità secondo me



Se c'è una cosa che tutti gli uomini desiderano, quella credo che sia la felicità.
Per questo ho sempre riflettuto molto sull'argomento.
Ho avuto i miei periodi neri nella vita, ma di fondo aleggiava quella convinzione che in realtà io sono nato con la camicia e di problemi veramente gravi non ne ho mai avuti, per cui nonostante potessero risultare fastidiosi per me, mi è capitato di non sentirmi legittimato a soffrirne.
In quei momenti ci ho pensato tanto, a come procacciarmi un po' di felicità.
Guarda caso, fino a pochi anni fa ho continuato a credere che quel quid che mi mancava per ottenere la felicità potesse essere qualcosa di materiale: prima il giocattolo, poi il videogioco, poi il disco, la maglietta, dimagrire, quella ragazza, certi amici, un particolare status ritenuto pregevole...
Tutte cose che tra l'altro, qualora ottenute, potrebbero facilmente attirare invidia e malevolenza da parte delle altre persone.
Poi a un certo momento alcuni vettori della mia vita si sono incrociati in un determinato punto e grazie alla convergenza di diverse esperienze e di svariate idee ho cominciato a pensare ad una chiave per la felicità, che funzionasse almeno per me.
Ho focalizzato il mio sguardo interiore sui miei bisogni essenziali e ho capito che ciò che veramente voglio è vivere una vita tranquilla, senza rimpianti, seguendo la mia via sempre con la schiena dritta.
La felicità per me è un cammino, una meta e uno stato al tempo stesso.
Mi sono reso conto che per tanto tempo ho commesso l'errore di considerare felicità un qualcosa che mi mancava e che desideravo.
Il Buddhismo afferma che il desiderio è la causa dei dolori umani; lasciando da parte la religione e mantenendo solo l'assunto a livello filosofico non si può che sposare una conclusione del genere.
Desiderando cose come presupposti per la propria felicità si finisce a correre una vita veloce, nella dimensione dell'eterna attesa di qualche cosa, senza vivere appieno i singoli momenti, preda della tendenza ad appropriarsi nel minor tempo possibile dell'oggetto dei desideri, consumarlo in tutta fretta e passare al prossimo oggetto.
Non voglio passare per quello che fa il superiore nei confronti degli altri, e anzi credo che questa sia la cosa più umile che io abbia mai scritto, ma le cose non funzionano più così per me, e questo perchè ho trovato una  mia dimensione che funziona per me e solo per me.
La felicità per quanto mi riguarda non si trova nelle cose che mancano, nè nelle cose che desideriamo.
La felicità per me è un modo di essere, ma si trova sia nell'hic et nunc che nel futuro, quindi comporta sia il vivere appieno ogni secondo della mia esistenza per quanto possibile, sia la tendenza al miglioramento di me stesso in prospettiva dei tempi a venire. Potrei dire che quando guardo alla mia felicità guardo a qualcosa che è dentro di me, che posseggo già e che devo cercare e migliorare, piuttosto che qualcosa fuori di me, di cui mi devo appropriare perchè mi manca.
Questo modo di vivere e pensare mi estranea dai binari della logica della gente ordinaria, per cui è come se le piccole persone che si affannano come formichine per comprarsi quello, avere quell'altro, farsi vedere in un modo piuttosto che in un altro, le vedessi scorrermi davanti mentre sono comodamente seduto sulla veranda di casa.
E per forza di cose ragionando così mi tiro fuori facilmente anche dalle invidie degli altri, che o non si interessano a me, o se lo fanno sono io che non mi interesso particolarmente a loro (non sempre almeno).
Tante cose sono cambiate da quando ho capito cosa mi rende veramente felice: ho meno complessi, meno paranoie, non ho paura degli sguardi delle persone, sono molto più sicuro di me.
Ho piena coscienza che finchè percorrerò la mia via inseguendo valore, saggezza e felicità, sarò una persona soddisfatta di se stessa, e finchè continuerò a pensare a ogni singola azione che faccio prima di farla, come se la mia vita fosse una partita a shogi, anche nell'errore saprò fornire delle motivazioni ai miei gesti e sarò consapevole che il vuoto in me non è altro che uno spazio di potenzialità infinita.
E' come se avessi gettato in me le fondamenta di una solida base da cui partire per affrontare la vita.
Fondamentalmente sarò stato felice se in punto di morte mi riterrò soddisfatto di come ho vissuto.
Mi piacerebbe rimanere fedele a me stesso e alla via che ho deciso di seguire, perchè vivere così mi sta portando tanti benefici.


domenica 13 maggio 2012

L'impermanenza che ti cambia per sempre

Ryoanji, Kyoto. Il posto in cui ho passato i quaranta minuti più intensi di tutta la mia vita.

A cavallo tra gli splendori dell'era Heian e i disordini dell'epoca Kamakura un nobile prese i voti e si ritirò in montagna, non lontano dalla capitale, l'odierna Kyoto.
Si chiamava Kamo no Choumei e sulla sua esperienza ci ha scritto un libro lo Hojoki, cronache dell'eremo.
Il libro è breve e articolato in due sezioni. Nella prima si parla di cinque catastrofi che colpiscono la capitale nell'arco di pochi anni: incendi, terremoti, tempeste, carestie e pestilenze.
Questi eventi realmente accaduti diventano metafora dell'impermanenza della vita e dell'uomo.
La seconda sezione descrive minuziosamente l'eremo di Kamo no Choumei e la vita che ivi conduceva, tra meditazione, scrittura e contemplazione della natura.
Hojoki ha cambiato totalmente il mio modo di pensare.
Poche pagine, sobrie ed essenziali ma cariche di significati che sto imparando a scoprire.
Kamo no Choumei e altre figure di asceti buddhisti come En no Gyouja, Hounen, Shinran, Ippen, hanno rimpiazzato le rockstar nell'olimpo della gente che mi è di ispirazione.
E più sto nel mondo, più accostandomi a figure come loro mi rendo conto delle gioie dell'abbandonarlo.


行く川のながれは絶えずして、しかも本の水にあらず。よどみに浮ぶうたかたは、かつ消えかつ結びて久しくとゞまることなし。世の中にある人とすみかと、またかくの如し。
Anche se il fiume continua a scorrere, l'acqua a passare, momento dopo momento, non è mai la stessa.
Nelle sacche, bolle in superficie si creano e si dissolvono, non una rimane per molto. Così è anche per gli uomini e le loro abitazioni.

Un giorno anche a me piacerebbe seguire le loro orme, in un cammino di saggezza, lontano da tutto tranne che dalla terra e dal cielo.

mercoledì 9 maggio 2012

La magia della musica Rock


Ho questa mia personalissima teoria secondo la quale la Musica Rock, ma quella buona, uno non la senta con le orecchie, ma direttamente con i recessi più profondi e veri dell’anima.
E per questo è la musica migliore che esista.
Per quanto riguarda poi il mio caso particolare sono solito associare la musica anche al senso del gusto, tanto da definire quella che adoro come “gustosa” o “croccante” e identificare i vari sapori che avrebbero le melodie se fossero commestibili.
Il rock bluesettone e polveroso di certe band americane ad esempio mi sa di whisky.
Poi ascoltando il rock mi si dipingono nella mente paesaggi mentali, che vanno dai fumosi locali della Louisiana pieni di bluesmen col cappello e la chitarra alle scalinate verso il paradiso di Odino, alle città inglesi sotto la pioggia.. e poi praterie e deserti degli stati uniti, campagne e boschi, falò di notte in mezzo al nulla del Nevada, con la sensazione che di lì a poco dovrà succedere qualcosa, come se si stessero aspettando degli spiriti, viaggi interplanetari, sottomarini in mezzo a mari di bolle viola e blu…
Il Rock, quello con la ERRE maiuscola è quello delle primedonne alla chitarra, che partono per la tangente e si fanno trasportare dallo strumento come in una trance estatica, e da persona e pezzo di legno si crea una fusione alchemica di puro sentimento in comunicazione da anima ad anima.
La musica perfetta è quella che ascolti con un senso di essere di fronte a qualcosa di maestoso, a un pinnacolo inarrivato del progresso umano, è come trovarsi in mezzo ad un momento in cui si sta facendo la storia, è come vedere in un flash velocissimo tutte le cose più assurde ed imponenti che siano successe dai dinosauri a oggi. La musica perfetta è quella che i pantaloni non ti contengono più, che non riesci a stare fermo dove sei perché l’impulso di muoverti e assecondare la sua (im)perfezione non lo controlli; è quella che ti viene voglia di alzarti in piedi e piangere di commozione, perché non hai altro modo per esprimere quello che hai dentro.
La musica vera è vita condensata e tradotta in poesia, è sanguigna, è fatta coi pezzi del cuore di chi la suona e la migliore è quella che chi suona si diverte come un pazzo e chi ascolta se ne accorge e si diverte come un pazzo anche lui per osmosi.
A tante cose penso che potrei rinunciare nella mia vita, ad alcune con facilità e ad altre con qualche sacrificio, ma credo che la mia vita perderebbe colore e senso senza una perfetta colonna sonora.
Amo la musica buona, la amo con tutto il cuore.
Peace.


sabato 24 marzo 2012

Il mandala musicale

Mandala, in giapponese 曼荼羅, è innanzitutto una parola che deriva dal sanscrito, dopodiché è anche uno di quei concetti talmente particolari e “altri” che fanno dannare chi è alle prese con lo studio dell’estremo oriente.
Io credo (ma lo credo molto umilmente e a testa bassa) di aver carpito l’essenza del concetto, ma per quando sia un discreto affabulatore non riuscirei a comunicare quello che credo di aver compreso.
Lascio la parola a personalità decisamente più illustri del sottoscritto come:

Massimo Raveri (OVAZIONE) professore di Storia delle religioni e delle filosofie del Giappone all’Università Ca’ Foscari di Venezia, MIO PROFESSORE, che li descrive così nel suo libro “Itinerari nel sacro”:
“[…] Mandala originariamente in sanscrito significava piattaforma rituale, cerchio, essenza; designava uno spazio sacro a parte e indicava anche in senso più lato un’immagine dell’universo, una teofania. Nel buddhismo tantrico il mandala ha un’importanza fondamentale: è il disegno di tutte le sfaccettature della perfezione della buddhità, del regno dell’illuminazione. […]”

Massimo Raveri
Fosco Maraini, grande giornalista italiano, innamorato del Giappone e della montagna, uno dei più grandi orientalisti del mondo, descrive i mandala con grande poesia:
“Immense cattedrali di pensiero si organizzano in mandala, mappe del cosmo, quasi spartiti musicali dell’universo, dove la sintassi delle emanazioni, delle manifestazioni, delle incarnazioni, si presenta con la topografia concentrica dei fiori e dei cristalli”.


Fosco Maraini
Infine le immagini dei mandala Kongokai (del mondo diamantino) e Taizokai (dell’utero).
Questi due sono conservati al
Tōji di Kyoto e i monaci vi meditavano di fronte cercando di afferrare le geografie nascoste dell’universo spirituale e fisico. Insomma di fronte a queste immagini si cercava di afferrare la totalità delle cose, l’assoluto.

La qualità non è eccellente ma non ho potuto trovare di meglio: i mandala del Toji
Io ascolto la musica con diversi sensi, non solo con l’udito.
Per me la musica è un’esperienza totalizzante, e ciò che apprezzo di più nelle canzoni non è la melodia o il virtuosismo dei musicisti (che pure fa piacere) bensì la capacità che hanno di farmi immaginare, sognare, vivere in altri mondi, evocare paesaggi e immagini mentali.
Ho alcuni dischi che eccellono in questa capacità di sublimare la mera musica in un’esperienza spirituale multisensoriale, quasi mistica.
Ma quello che secondo me è più geniale, sotto ogni punto di vista, è Wish you were here dei Pink Floyd, che io definisco un mandala musicale, proprio perché riassume in sé il principio fondativo del mandala: racchiudere l’assoluto in un medium che sia comprensibile all’uomo.

La geniale copertina di Wish you were here